Brand name: tipologie, consigli ed esempi
Il brand name, croce e delizia di ogni copywriter, anche il più scaltro. Se stai cercando il nome perfetto per la tua azienda ti avvisiamo subito: è importante che tu ti rivolga a un professionista che possa aiutarti nella scelta di quello più adatto a rappresentarti.
Qui però vogliamo darti alcune dritte che possono indirizzarti verso il migliore.
Attenzione, non è una decisione da poco. L’identità verbale è il cuore di un marchio e deve richiamare concetti ben precisi capaci di accompagnare il brand lungo tutto il suo ciclo vitale.
Sei alla ricerca del nome perfetto?
Denotativo, connotativo, descrittivo: il vocabolario del brand name
Di brand name ce ne sono di tanti tipi. Da quelli più evocativi a quelli didascalici, che non lasciano spazio a dubbi sulla mission aziendale.
Ci sono poi alcune caratteristiche imprescindibili, che dovrebbero essere comuni a qualsiasi nome di marca.
Il brand name deve essere:
- breve (due parole, non di più!)
- memorabile
- facilmente pronunciabile
- non ambiguo o inopportuno (no, nemmeno in altre lingue)
- originale
- positivo
- tutelabile legalmente
- aperto al cambiamento (mai dire mai!)
Insomma, da qui non si scappa!
Brand name: tipologie
Brand name denotativi/descrittivi
Descrivono il prodotto senza lasciare spazio alle interpretazioni.
Alcuni esempi? Poltrone&Sofà, MediaWorld, Fatture in Cloud.
Ok, non saranno proprio fantasiosi, ma di sicuro memorabili e difficili da fraintendere.
Il problema di questi nomi è che mal si sposano con un eventuale espansione del brand verso altri segmenti di mercato.
Se Riso Gallo decidesse di produrre noodles sarebbe un bel problema non trovi?
Brand name connotativi/suggestivi
Danno maggior spazio alla personalità, ai significati sottintesi.
Alcuni esempi? Amazon, Google, Jaguar… Tutti questi brand, oltre che per il prodotto/servizio che offrono, sono entrati nella nostra memoria con una precisa identità che li rende riconoscibili.
Brand name patronimici
Leggi qui solo se sei un po’ autoreferenziale (o se hai un nome bellissimo!).
I brand name patronimici sono quelli che derivano dal nome del fondatore o della fondatrice dell’azienda.
Sono molto diffusi, specialmente nel luxury e nel food. Alcuni esempi, tutti italiani? Versace, Dolce&Gabbana, Armani, Ferrero, Lavazza, De Cecco. Ma anche all’estero non mancano i casi celebri, come Disney, Hilton, Johnson&Jonson.
Brand name: sigle e acronimi
Le iniziali (o, talvolta, le prime sillabe di un nome) sono ampiamente usate e talvolta indispensabili per dare un’allure internazionale al brand.
Ecco alcuni esempi, e siamo sicuri che qualcuno ti sorprenderà.
ENI (Ente Nazionale Idrocarburi), OVS (Organizzazione Vendite Speciali), FCA (Fiat Chrysler Automobiles). Il difetto? Anche in questo caso la freddezza, e la mancanza di una precisa personalità.
Brand name: le onomatopee
Le onomatopee meritano un capitolo a parte, perché sono capaci di evocare una caratteristica del brand attraverso lo studio del suono, della musicalità, della fonetica.
Senti qua: Boing!, Yahoo, Tic Tac, Strep.
Brand name: facciamolo!
Il brief
Il primo step per costruire il brand name è un brief accurato o un audit, in cui andare a fondo sulle caratteristiche del brand, del prodotto e del servizio. Quali sono le domande più importanti da farsi? Oltre alla proposta di valore, al target di riferimento e ai competitors, è fondamentale porsi alcune questioni sui significati e i concetti che si vogliono esprimere attraverso il nome della marca. Molto utile può essere, ad esempio, posizionare il marchio tra due aggettivi opposti per capire le keywords che meglio lo rappresentano.
Insomma, sei più banana o kiwi? Ok, questa era facile.
La ricerca
“Farsi gli affari degli altri” è fondamentale non solo per capire quello che già esiste e funziona, ma anche perché il nome che scegliamo deve essere libero e non appartenere alla stessa categoria merceologica di un omonimo: sul sito www.whois.com puoi verificare il nome di un dominio e capire se è disponibile.
Giochiamo un po’
Prendi nota di tutte le parole che il brand ti evoca e magari raggruppale per temi e significati. Poi prendile due a due e mixale, cercando di unirle in un unico concetto. Puoi anche provare a cambiare delle lettere: prima le vocali, poi le consonanti per creare nuovi suoni e dar loro un senso diverso.
Ecco che hai creato un neologismo: un’alterazione (Vinted, da “vintage”), un anagramma (Kobo, da “book”), una combinazione (Vimeo, da “video”+”me”, ma anche anagramma di “movie”).
Scommettiamo che ora sai anche a quale tipologia di nome corrisponde Net Banana, giusto?
Un altro metodo? La traduzione: prova a sentire come suonano i termini che hai raccolto all’inizio in altre lingue: sapevi che Kiko, brand tutto italiano di cosmetici, in giapponese significa “sii grato”?
Ma non dimenticare: un buon nome non nasce solo dalle parole!
Lasciati contaminare da film, canzoni, libri, immagini. Un giro su Pinterest, una chiacchierata con parenti e amici, una lettura inaspettata possono essere la leva giusta per far scattare la scintilla.
Lasciati ispirare e… buona fortuna!
